Ecco alcune reazioni all’editoriale Se lo steward morto diventa una bandiera gay “” ” di Francesco Merlo, pubblicato il 23 Agosto 2008 su “La Repubblica”
---------------------------------------------------
---------------------------------------------------

Gentile Signore Merlo,
ho letto il suo articolo su Repubblica e sono colpita di vedere fino a che punto lei non riesce a capire l'indignazione del movimento LGBT sul silenzio e la negazione della vita affettiva e familiare di Domenico Riso.
Certo che "la sessualità è un dettaglio insignificante in questa tragedia". Ma nello stesso modo in cui le altre vittime hanno potuto essere riconosciuti come mariti, moglie, compagni, fidanzate, padri o madri (e come vede non parliamo di sessualità ma di relazioni d'amore fondamentali, parliamo di cuore, d'impegni assunti, di progetti di vita, purtroppo spezzati ormai dalla tragedia), perché, mi risponda per favore, perché Domenico e il suo compagno e il bambino che crescevano insieme, non hanno potuto godere (tranne rarissime eccezioni), dello stesso semplice, naturale rispetto : riconoscere loro la forza del loro impegno reciproco, la realtà semplice e naturale della loro relazione di coppia, il loro semplice e naturale impegno verso il bambino che amavano e crescevano ?
Ma di quale sessualità sta parlando ?
Non è arcigay, ne tanto meno le altre associazioni che protestano per salvaguardare la dignità e la realtà della loro famiglia, a essere ossessionati dal sesso. Quello, ed ha ragione, è un affare privato che ognuno gestisce come può.
Noi non ci battiamo per potere vivere la nostra sessualità, che è oggi la cosa forse più facile da realizzare, ci battiamo per dare dignità, verità e realtà alle nostre famiglie, alle nostre coppie, alle nostre persone nella verità delle relazioni che costruiamo.
è di quello che parliamo quando chiediamo chiarezza e verità. Solo di quello, e certo non di sesso che sembra essere un'ossessione tutta vostra.

Se dovessi morire domani, vorrei che si piangesse la mia compagna da 26 anni, vorrei che si piangesse sul dolore di mia figlia che avrà perso una delle sue madri ; se dovessimo morire tutte e tre domani, vorrei e chiedo che si desse dignità alla mia famiglia, all'amore che abbiamo costruito in quegli anni, all'impegno che ci mettiamo giorno per giorno per vivere serene e felici.
Non parlate di sesso, per favore, questo è un affare privato che riguarda solo me e la mia compagna.


Giuseppina La Delfa
Presidente di Famiglie Arcobaleno
Associazione Genitori Omosessuali

---------------------------------------------------
---------------------------------------------------


Gentile Redazione, vi scrivo come vostra assidua lettrice, come cittadina italiana e, sebbene non sia così importante in questo frangente, come donna lesbica. Il vostro giornalista Francesco Merlo, nell'articolo intitolato "Se lo steward morto diventa una bandiera gay", scrive:
Tutto questo per dire che la sessualità, rispetto a quell'atroce tragedia, è un dettaglio insignificante, come essere milanisti o juventini.
Concordo con il sig. Merlo - l'informazione scandalistica e pruriginosa non mi è mai interessata granché - ma vi scrivo perché sono convinta che le cose non stiano esatttamente così. Col tempo ho notato che gli articoli di Repubblica non mi informano mai sulle preferenze calcistiche delle vittime di disastri, ma in compenso riportano sempre informazioni biografiche o sentimentali che le riguardano. Ad ogni disastro, posso sapere se la vittima era sposata, fidanzata, se aveva figli, quanto figli aveva, quanti anni avevano i figli, etc. Ai fini della notizia queste informazioni sono, come dice Merlo, "un dettaglio insignificante" (un decesso è sempre un decesso) eppure questo "dettaglio insignificante" viene sempre riportato, perché è di sicura presa sui lettori. Nel caso di Domenico Riso i vostri redattori si sono comportati come sempre. Mi hanno fatto sapere cosa faceva nella vita e con chi stava viaggiando. Solo che non si sono posti (o non si sono voluti porre) il problema che l'uomo con cui Domenico Riso viaggiava fosse il suo compagno e che il bambino potesse essere suo figlio, nonostante questa fosse la verità dei fatti. Ai fini del decesso questo cambia poco, ma che si tratti di negligenza o di volontaria censura dei fatti, è un chiaro esempio di quello che in gergo tecnico si chiama "teoria dell'eterosessualità obbligatoria". In breve, quando l'eterosessualità è data sempre per scontata o per sottintesa. Proprio come in questo caso, in cui il compagno di una vita è diventato "il suo amico francese Pierrick Charilas". Siccome volevo essere sicura che queste mie conclusioni fossero fondate, ho preso ad esempio un altro vostro articolo di due giorni fa intitolato "Il racconto di una sopravvissuta."Un rumore orribile, poi ero fuori" per vedere come venivano affrontate le relazioni sentimentali e parentali. Le riporto qualche estratto:
[...] Ligia si aggrappa al braccio di José, il suo compagno, e ha guardato Gema, sua cognata, seduta nella fila davanti. [...] [...] Ligia insieme al compagno José e alla cognata Gema stavano andando alle Canarie [...] [...] Insieme al compagno José e alla cognata Gema [...] [...] Ligia cerca con lo sguardo José.[...] [...]Dopo parecchie ore Ligia viene a sapere che José è stato ricoverato all'ospedale La Paz con varie lesioni alle vertebre ma non in pericolo di vita. Della cognata Gema, invece, non si hanno ancora notizie.[...]
Insomma, in effetti pare che la vita privata e le parentele di vittime e sopravvissuti sia interessanti. Ora vi chiederete: perché tutto questo clamore per un "compagno" che diventa "amico"? Vi fornisco due mie, personalissime, risposte. a) Perché tanta gente ha la sensazione che la vita privata delle vittime diventi "un dettaglio insignificante" solo quando le vittime non hanno una vita privata che renda loro "onore". E siccome l'omosessualità viene ancora percepita come un "disonore" (sennò non si capirebbe tanta voglia di nasconderla o di tenerla "privata"), ecco che per non urtare sensibilità particolarmente bigotte la pillola viene addolcita e le relazioni omosessuali vengono presentate sotto la "più rispettabile" facciata dell'amicizia. b) Perché la normalità passa attraverso la visibilità e l'informazione. Se Repubblica non parla mai di coppie omosessuali o di genitori omosessuali, i lettori di Repubblica penseranno che l'omosessualità non esiste, o che non li riguarda o che si tratta di qualcosa di cui è giusto vergognarsi o tacere. L'omosessualità "quotidiana" (quella degli omosessuali comuni che lavorano, hanno figli e vorrebbero dei diritti, non quella di Malgioglio o delle parrucche di Platinette) non ha quasi spazio. Già che ci sono, un esempio: Su Repubblica il Bologna Pride di quest'anno, manifestazione nazionale rappresentativa di un 10% della popolazione italiana, ha avuto pochissimo spazio, tanto che persino la scrittrice Cristiana Alicata vi ha scritto a questo riguardo. E' stato uno dei Pride più sobri da quando il Pride viene celebrato in Italia e forse proprio per questo faceva troppo poco "notizia". Nonostante ciò, su 22 foto pubblicate nella gallery, siete riusciti ad infilarci 17 persone en-travesti. Come fotografare 17 metallari in piazza San Pietro la Domenica mattina e intitolare la gallery "I Papa Boys". Ci saranno sicuramente Papa Boys metallari, ma non sono certo la maggioranza. Detto questo, cercate di capire la rabbia di Grillini. Noi omosessuali non abbiamo diritti in Italia né possiamo darne ai nostri figli. Uno dei pochi diritti a cui attualmente possiamo aspirare è quello ad una corretta informazione, ma per raggiungerlo abbiamo bisogno della vostra collaborazione. Se siete arrivati fino a questa riga, vi ringrazio per avermi letta, Eleonora Zucconi
---------------------------------------------------
---------------------------------------------------
ARCIGAY: REPUBBLICA PRENDE FISCHI PER FIASCHI

Vergognoso attacco ad Arcigay e a Franco Grillini sulla morte di Domenico
Riso
Siamo sinceri, un attacco alla nostra associazione così violento e al
contempo arrampicato sugli specchi da parte di la Repubblica a firma di
Francesco Merlo, non ce lo saremmo mai aspettati. Non tanto per l’astio che
trapela nei nostri confronti, quanto per l’argomentazione populistica e confusa
che stravolge completamente la realtà dei fatti e le nostre intenzioni. Certo -
se la cultura progressista e liberale italiana di cui almeno teoricamente l’
importante quotidiano si fa paladino mette in campo un’autodifesa di questo
livello non si può che ritenerlo emblematico dell’arretratezza in cui sono
sprofondati la politica, la cultura, il giornalismo italiano.
Da giorni la Repubblica definisce la tragica distruzione di un’intera
famiglia omosessuale in quell’incidente, perita assieme a tante altre famiglie
simili e diverse, come "la dimensione intima e privata dello steward italiano
morto insieme ad un amico". L’omissione del vero rapporto tra quelle persone
che oramai non ci sono più e la negazione di dare al loro affetto il nome che
merita è riproposta con fredda ostentazione. Per sostenerla, proprio Merlo
riduce gli affetti alla solita cantilena del non si fruga dentro le lenzuola di
nessuno, accusando di ossessione chi da anni chiede invano proprio il
riconoscimento della dimensione che vada al di là della sessualità, che
effettivamente di fronte alla morte – ma anche di fronte ai problemi ed alla
discriminazioni della vita quotidiana - diventa un dettaglio ininfluente.

Caro Merlo, sarebbe stato sufficiente verificare i fatti, avere pietà anche
di quell’amore distrutto, fra le centinaia squartati da quelle lamiere, e
parlare dell’unica vittima italiana proprio nei termini in cui stavano i fatti
della sua vita. Invece si è praticata consapevole censura, perché quella
famiglia non doveva esistere! Il resto delle affermazioni contenute nell’
editoriale sono solamente una sequela d’insulti al ruolo e all’azione della più
grande associazione nazionale gay e lesbica. La triste realtà è che il grande
giornale non accetta una critica che coinvolge l’intero sistema di
comunicazione italiana, che appena può cancella la cittadinanza e gli amori
omosessuali perché li ritiene, come ci ricorda appunto Merlo, pura pratica
sessuale a cui si nega sistematicamente il riconoscimento dell’affetto e della
vita vissuta e a volte purtroppo spezzata insieme.
Respingiamo al mittente di aver strumentalizzato la morte di Domenico, e
soprattutto di non aver voluto vedere l’immensità del dramma che ha colpito
oltre 150 persone. Esprimiamo infine la nostra piena solidarietà a Franco
Grillini, già presidente di Arcigay, che è volgarmente attaccato nell’
editoriale, quasi come capro espiatorio di un comunicato, sottoscritto da molti
leader gay e lesbiche italiane. Il cripto leghismo paventato nell’editoriale
sta proprio nel negare che in questo stupendo e maledetto paese c’è ancora a
sinistra l’idea che i gay e le lesbiche debbano vivere il loro orientamento
sessuale in privato, non lamentarsi del fatto di essere considerati dei
fantasmi sociali, la cui esistenza e realtà di vita viene taciuta nel nome di
una eleganza di cui Merlo parla, ma di cui nelle sue parole non si trova
traccia.

Aurelio Mancuso presidente nazionale Arcigay

---------------------------------------------------
---------------------------------------------------

Gentile Francesco Merlo,

sono un suo fidato lettore e grande estimatore. Apprezzo la sua sensibilità
e intelligenza delle cose e del mondo, ma proprio per questo sono rimasto
molto stupito leggendo il suo articolo “Se lo steward morto

diventa una bandiera gay”.


Fuori da ogni spirito polemico, vorrei semplicemente provare a farle capire
il punto di vista di un cittadino italiano gay (e non di un militante
Arcigay) di fronte al contegno tenuto dai media nel riportare il disastro
aereo di Madrid. Come dice lei, giornali e TV “hanno deciso in maniera molto
varia” come dare la notizia, ma un comune denominatore si può individuare:
delle 153 vittime si è scelto di ricordare in particolare l’italiano
Domenico Riso. Seguendo quindi il suo ragionamento si potrebbe dire che per
i media italiani “in quel forno crematorio all'aeroporto di Madrid non
c'erano 153 persone, ma solo” un italiano.


Se quindi la nazionalità di Domenico Riso ha avuto un rilievo, non così lo
ha avuto la sua relazione e, badi bene, parlo di “relazione” e quindi di
sentimenti, non di orientamento sessuale. Il punto in questa luttuosa
vicenda, infatti, non è l’orientamento sessuale di due delle 153 vittime
dell’incidente aereo di Madrid, ma il rispetto nei confronti di una
biografia che si sceglie di ricordare. Perché, nel caso di Riso, la
relazione con il suo compagno è stata trasformata – nelle colonne del
Corriere della Sera, ma anche di altri media e dal lei stesso nel suo
articolo - in un rapporto di amicizia? Perché la loro convivenza è diventata
una mera coabitazione? E’ questo quello che non è accettabile, è questa la
strumentalizzazione politica: non volendo riconoscere dignità all’amore
omosessuale, e temendo di suscitare chissà quale scandalo per la presenza di
un bambino, si è arrivati a manipolare persino la biografia di due vittime
di un disastro aereo.

I veri ossessionati con l’orientamento sessuale sono i giornalisti italiani.
Se Domenico Riso avesse avuto una compagna, non crede che si sarebbe scritto
e detto semplicemente che tra le vittime vi era anche uno steward italiano
con la sua compagna francese e il figlio? Non crede si sarebbe semplicemente
parlato di famiglia e amore? Con la pretesa di alterare e nascondere la
realtà, sono i media italiani che sono andati a frugare tra le lenzuola di
Riso e del suo compagno.

Io, da cittadino italiano gay, non voglio sapere “le abitudini sessuali, le
pratiche coniugali, le tradizioni, le convenzioni e gli umori” delle vittime
di un disastro aereo, ma pretendo che i sentimenti di quelle vittime, siano
rispettati. Negare i sentimenti di quelle vittime è come negare la loro
stessa dignità non solo di cittadini, ma soprattutto di persone.

Quanto poi alla sottolineatura del fatto che Riso sia andato a vivere nella
Francia che anche lei frequenta spesso, non si tratta di “un avvitamento
razzista” perché il punto non è che Riso fosse siciliano, bensì che fosse
italiano e, in quanto tale, costretto ad espatriare affinché la propria
relazione sentimentale non suscitasse pruriti, venisse considerata normale e
financo riconosciuta dallo Stato. Evidentemente la sua cittadinanza europea
ha trovato pienezza di significato solo lontano non dalla Sicilia, ma
dall’Italia.

La ringrazio dell’attenzione e le rinnovo la mia stima.

Yuri Guaiana



---------------------------------------------------
---------------------------------------------------

Gentile Repubblica, Spett dott. Merlo 
Sono rimasto alquanto sorpreso nel leggere oggi un attacco tanto acceso nei confronti di Arcigay e di chi si è sforzato in questi anni di far uscire dal sommerso mondo del privato un realtà che, volenti o nolenti, esiste nella nostra società: l’amore omosessuale.
 
Ed è di amore che parlo, non di scelte private, o di corpi stesi sotto a delle lenzuola. E’ sempre così infatti che nel nostro Paese si è voluto calare un velo, questo sì ipocrita, sulla nostra realtà riducendo i nostri sentimenti, il nostro desiderio di stabilità e di futuro ad una mera questione di pruderie, ad una dimensione banalmente sessuale e, quindi, personale.
 
Negli anni è stata proprio la scelta di visibilità, l’opzione di rendere pubblico ciò che un certo perbenismo voleva continuare a tenere nascosto, a costituire la nostra forza e il motore del nostro riscatto sociale. Scelta che molti di noi, ieri ed oggi, hanno pagato, qualche volta anche col sangue.
 
Non servirà dunque un articoletto polemico, o la testardaggine di politici, saggi e professori, a soffocare il nostro desiderio di quotidianità e la speranza con cui guardiamo al nostro futuro qui, nel nostro Paese.
 
Un paese omofobo, caro dott. Merlo, forse proprio perché scegliendo di vivere il nostro quotidiano alla luce del sole abbiamo fatto emergere una realtà di discriminazione fino ad allora sommersa, a cui abbiamo fornito facili vittime. La soluzione a questo problema, secondo lei, dovrebbe essere un ritorno alle caverne? Una strategia perlomeno arrendevole!
 
Quello che una persona intelligente come lei non ha compreso è che la realtà delle famiglie omosessuali è una questione di amore e non di pratiche sessuali. Francamente il suo articolo è intriso di un pensiero illegittimo: continua a sostenere che la nostra sia una mera questione di comportamenti sessuali e non di orientamento, di pratiche da gestire nel segreto delle stanze anziché di valori da vivere nel quotidiano, di scelte personali anziché di valori condivisi. E ciò è vagamente offensivo.
 
Arriva ad accusarci di cripto leghismo, sostenendo che all’estero ci sia più libertà per noi che non nel sud del nostro paese. Banalmente e tristemente vero. E non lo è, badi bene, solo per il sud: lo è per l’operaio lombardo come per l’albergatrice sarda, per il disoccupato siciliano come per l’avvocato romano, per il carabiniere veneto come per l’impiegata campana, per il pescatore pugliese come per il muratore torinese. Mi spieghi perché sia sufficiente valicare una convenzionale linea di confine per avere diritti che in questo paese mi sono negati. Mi spieghi perché ormai tutte le culture occidentali abbiano totalmente incluso nelle loro società e nelle loro leggi un modello familiare diverso dal tradizionale. Perché si tratta di affari privati? Forse è perché si è compreso che due persone che si amano sono un valore sociale, indipendentemente dalla modalità con cui decidono di declinare il loro rapporto. Ed è proprio quel valore che noi diamo alle nostre relazioni che muove la nostra protesta. E’ una questione di dignità, di rispetto e di verità, valori che abbiamo il dovere di tutelare.
 
Mi permetta inoltre di respingere fortemente l’accusa di essere avvinti da una certa sessuofobia. Nel suo articolo lei arriva a paragonare Arcigay alla chiesa e a Buttiglione. Rimango convinto che se una analoga protesta le fosse giunta da uno dei due soggetti appena citati a tutela della famiglia tradizionale fondata sul matrimonio tra uomo e donna (ora dicono così) l’ossequio del suo giornale sarebbe stato garantito, nonostante l’affermata e ostentata sessuofobia degli stessi. Noi non vogliamo affatto frugare fra le lenzuola delle persone, pratica alquanto affermata però nel mondo del giornalismo in cui vive lei, ma semplicemente chiedere che si dica la verità: Domenico Riso è morto tragicamente insieme a 150 altre persone, fra cui la sua famiglia.
 
Vede la cultura svolge una importantissima e preziosa funzione nello sviluppo civile delle società. Temo che lei, oggi, non abbia reso un buon servizio a questa dimensione fondamentale della sua professione di giornalista.
 
Con rispetto
Luca Trentini
Brescia